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Un giro in taxi e... diventate un’opera d’arte



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Un giro in taxi e... diventate un’opera d’arte


Essere fonte di comunicazione efficace è qualcosa che va al di là di pubblicità e strategie: è fare del proprio essere motivo di discussione positiva in chi ci interessa.
L’arte relazionale è un modo nuovo ed interessante per raggiungere questo importante risultato: scopriamo di che si tratta, anche con un'intervista a due artiste.
Segue...

Essere parte del territorio è una condizione a cui non si può rinunciare: lo si è in quanto si esiste e ci si muove in un determinato contesto.

Essere una parte attiva del proprio tessuto sociale significa però cucirsi questo bene addosso, renderlo parte attiva, e positiva, del proprio muoversi e del proprio agire.
Se per un individuo essere attivi e curiosi è la base di ciò, per una collettività di individui gli stimoli non sono mai abbastanza.
Verso questo stimolo all’interazione tra contesto e creatività si dirige un agire artistico di recente ideazione, chiamato arte relazionale, o anche “community based-public art”

La sostanza delle “opere” in questa forma d’arte è l’offrire un processo creativo collettivo, dove non esiste più il triangolo artista-opera-spettatore ma semplicemente il suggerimento di un’azione che stimola punti di vista nuovi, ridefinisce situazioni, aumenta le possibilità di espressione, conoscenza e consapevolezza di tutti. Senza barriere, senza concetti “artistici” da difendere o spiegare.

I campi di applicazione non hanno limiti. Qualche esempio lo possiamo trarre dall’attività di Artway of Thinking, un associazione culturale veneta che si occupa appunto di community based-public art. Su loro iniziativa, alla Biennale d’Arte di Venezia di qualche anno fa 40 persone hanno dato un assaggio d’arte relazionale semplicemente salutando e dando il benvenuto ai visitatori dell’esposizione.
In un’altra occasione “l’opera” è consistita nell’organizzare un servizio gratuito di taxi tra il paese di Montescaglioso (Matera) e la sua spiaggia: il tassista era un artista locale e ogni corsa comprendeva una discussione sull’arte.
Altre volte ci si può spostare su piani più simbolici ma non per questo di minore impatto, come l’aver acquistato a prezzo simbolico uno spazio pubblicitario su di una rivista d’arte che non ospita mai pubblicità per dare maggior risalto ad una campagna contro la pena di morte, quella che qualche tempo fa fece Benetton.

Aziende come quest’ultima hanno capito che presentarsi in questo modo concreto e vivace non è semplicemente “alternativo”, ma può far arrivare il loro messaggio dove altrimenti troverebbe solo preconcetti, o peggio.
Utilizzare mezzi artistici come l’arte relazionale (o molti altri mezzi magari meno artistici ma spesso più duttili della pubblicità tradizionale, come le campagne virali o il guerilla marketing di cui parleremo più avanti) può permettere di andare al di là della semplice sponsorizzazione di un restauro o di un abbinamento ad un’attività sportiva perché permette di evidenziare il proprio carattere agendo direttamente sulla collettività, dando a questa qualcosa di interessante, mostrandosi parte attiva del tessuto sociale.

Chi comunica, oggi, spesso rischia di vedere la propria immagine risucchiata da un sistema mediatico che non rispetta il corretto contesto nel quale ci si vorrebbe far vedere. Scegliere il contesto, andare a parlare con il nostro pubblico, proporgli qualcosa di interessante davvero, non ci sembra quindi una possibilità da trascurare.

Arte relazionale: l’intesa tra arte e società. Intervista ad Artway of Thinking

Dietro Artway of Thinking ci sono le artiste Stefania Mantovani e Federica Thiene. Abbiamo posto loro qualche domanda per capire meglio lo spirito dell’arte relazionale e le sue applicazioni pratiche.

L'arte relazionale è un modo di comunicare che lascia molto spesso sorpresi, perché ci si ritrova toccati da un comunicare che non ha l'invasività della pubblicità o di tutti quei media che siamo ormai abituati a considerare come messaggio in sè e per sè. Qual è la differenza nei meccanismi e nelle tecniche usate?

La proposizione “L’arte relazionale è un modo di comunicare” non è in generale un’affermazione così scontata, anche se per noi indubbiamente vera. Se in generale affermiamo che “l’Arte è un modo di comunicare”, è meglio spendersi un po’ in chiarimenti.
L’arte contemporanea parla con linguaggio specifico; comunica principalmente con gli “esperti di settore”, siano essi artisti, curatori, critici, collezionisti, galleristi, direttori di museo, appassionati amanti e troppe volte lascia attonito lo spettatore comune. Nella realtà dei fatti, “che cosa l’arte comunica” non è così comprensibile, nemmeno nei percorsi proposti dalle Grandi Mostre, costruiti da curatori che dovrebbero per professione tradurne il senso, se non la semantica.

Per capirci, nell’unire Arte e Comunicazione si potrebbe immaginare un’ipotetica linea temporale partendo da quando l’Arte sola, nelle sue molteplici forme (visive e performative) parlava a tutti, traduceva e interpretava l’invisibile prima della tipografia, della fotografia, del cinema (straordinarie creazioni), della televisione, della pubblicità, del marketing… fino a raggiungere... tutti quei media che siamo ormai abituati a considerare come messaggio in sè e per sé.
Tutto ciò non succede a caso, le ragioni sono note e spesso misconosciute: al tempo dell’arte moderna e della nascita del “mercato dell’arte” si è formata una frattura, facendo dell’Arte “un’attività specifica”. Bisogna attendere gli anni Ottanta, quando Jean Baudrillard teorizza la “sparizione dell’arte come attività specifica”; qui si inseriscono le forme d’arte comunitaria e relazionale che si dirigono e credono ad una “intesa” tra arte e società, in termini di linguaggio e funzione.
Tutto ciò che è contestuale, vero nel momento, è “materia” (creta e colore) nella prassi dell’arte relazionale: le personalità, i sentimenti, le passioni, i sogni, i bisogni, le motivazioni, i valori, l’etica, l’attività degli individui; nonché le risorse economiche, gli aspetti fisici e urbani, le vocazioni produttive, la socialità del contesto considerato.

Le imprese, oggi, devono comunicare se stesse in modo positivo e sincero per essere viste come solide. L'arte relazionale secondo voi sarebbe uno strumento utile per loro?

Punti di vista alternativi (nuovi) creano nuove forme di prodotti, di comportamento, nuove direzioni, creano innovazione “sincera e positiva”. L’Arte (e in essa quella relazionale) è soprattutto un modo di CREARE.

Quale prodotto? Quale target? Quale mercato?
In sintesi, per l’arte relazionale:
Prodotto = un nuovo punto di vista (collettivo) sul reale, che porta con sé un concreto cambiamento (materiale, intellettuale, temporaneo, permanente, locale, globale).
Target = il principale è il gruppo di lavoro coinvolto nel processo creativo, la collettività contestuale all’obiettivo che ci si pone.
Mercato = quella parte di società che vuole trasformazione, innovazione e si affida alla creatività, come cuore delle arti.

Quale comunicazione?
Qui ci piace riscrivere la proposizione principale che ci ha diretto nella progettazione di un Master di Primo livello sulla “Comunicazione di Carattere Sociale” commissionatoci dall’ IPU / Istituto Universitario Progetto Uomo di Viterbo: “la comunicazione è un bisogno, un gesto naturale”, non farlo (non saperlo/poterlo fare) crea disagio.
Forse è possibile parlare di comunicazione senza parlare di relazione?
La necessità di relazionarsi è alla base di qualsiasi atto di comunicazione “sincera e positiva” o distorta e manipolativa che sia.

La differenza tra essere attore di una "trasformazione sociale responsabile" e il semplice sponsorizzare una mostra si può vedere abbastanza facilmente, dalla parte dello spettatore/pubblico. Ma entrare nelle logiche dell'arte relazionale come può cambiare/migliorare lo sguardo dell'impresa sul territorio e sul suo pubblico/clientela?

L’arte relazionale è una prassi strumentale a:

– far emergere valori, motivazioni, bisogni, passioni, talenti, sogni dell’individuo (imprenditore e consumatore), archetipi, potenziale inespresso, vocazioni e direzioni del contesto (mercato e target);

– agevolare il lavoro di gruppo in ottica interdisciplinare (azienda), il confronto, scambio, le collaborazioni e cooperazioni (affiliazioni e networking);

– creare innovazione TRA prassi e strumenti, tra prodotti e valore (processo produttivo ed economico sostenibile)

Tale atteggiamento nel mondo produttivo – dice Roberta, una nostra collaboratrice esperta di comunicazione d’impresa – porterebbe per esempio a rivalutare (o forse per la prima volta a valutare) il “made in italy” per quello che è nella sua essenza: “un prodotto creato e fatto in Italia che parla da sè” e allora un divano è un divano dove piacevolmente ci si sdraia con un panino e un pezzo di formaggio, non solo con una tartina al caviale e un elegante alano al fianco.

L’arte relazionale può entrare in un’azienda per lavorare sui valori, partendo dall’individuo, su sostenibilità, qualità, innovazione, benessere, convivenza e cooperazione, piuttosto che sulla vendita del prodotto o servizio; quest’ultima viene da sé, nel distinguo tra informazione, comunicazione, brand, prodotto “sincero e positivo”.

L’arte relazionale propone un modo di parlare con il proprio pubblico da pari a pari, propositivamente, offrendo rapporti e idee frutto di un pensiero approfondito – metodo che non sempre sta dietro un prodotto commerciale o a supportarne la comunicazione.
E’ un modo innovativo di vedere le cose? Può essere un modo di comunicare/scambiare per il futuro?
Per chi avrà il coraggio di mettersi in gioco davvero, anima e cuore, sì.